La dura verità è che come la maggior parte dei blogger anche noi avremmo voluto dei ghostwriter. Nessuno meglio di Filippo Spinelli, il fotografo che ci ha seguito nell’impresa ed esperto alpinista, avrebbe potuto scrivere meglio “la prima volta”. Ma dato che il pezzo è veramente figo ed esprime esattamente quello che ho provato non ha senso che lo firmi io. No? Grazie Fil. Anche se in fondo dovresti ringraziarmi tu che ti ho fatto rivivere quelle sensazioni.

Andrea

 

Qui qualcosa non quadra, devo aver capito male. Sono mesi che aspetto l’inizio della stagione sciistica e ora che ci siamo non sto più nella pelle. L’eccessiva fregola deve avermi confuso. “Sciare in salita” mi suona un po’ come “salire in discesa”. Un controsenso. Eppure qui si continua a parlare di sci leggeri, di pelli (strisce adesive che premettono allo sci di scorrere solo in una direzione), di scarponi comodi e morbidi (ma ti pare?!), di pale e sonde (aggeggi che ti permettono di essere ritrovato in sfortunato caso di valanga). Alla fine mi spiegano che, invece di usare gli impianti, domani risaliremo sci ai piedi e con le pelli di foca, i pendii di Punta Rocca, Sua Maestà la Marmolada. Mi sembra faticoso, folle e assolutamente fighissimo. Uno sbattimento atroce da veri duri, ripagato da una discesa spettacolare e, mi promettono, da diverse birre. Il petto si gonfia e il tarlo dell’atavica competitività con me stesso mi ricorda che questo è il genere di robe a cui non posso sottrarmi. Ci sto.

Pronti, via! Al mattino sono gasato e cerco di non pensare al fatto di essermi svegliato quando i miei amici a Milano stanno per andare a dormire. I ragazzi, vestiti certamente troppo leggeri per questa temperatura polare, mi consegnano gli sci avvertendomi di averli “già pellati”. Cerco di dissimulare la mia totale ignoranza del gergo tecnico che, mischiato al dialetto altoatesino, rende il 60% delle loro frasi incomprensibili alle mie orecchie milanesi. Gli attrezzi che mi hanno messo in mano hanno un peso ridicolo. Mi sembra di avere in mano la sacca dei miei sci da pista. Incuriosito dalla linea sottile dell’attacco, approccio lo sci con l’intento di calzarli. Ma qualcosa va storto e piscio clamorosamente l’ingresso del puntale con lo scarpone. Era da vent’anni che non sbagliavo un colpo ma questi attacchini minimal sono più ostici di quanto sembrano. Un altro tentativo ma nulla. Infilare lo scarpone in quel micro attacchino è come mangiare sushi con i guanti da sci. Dopo diversi tentativi finalmente imbrocco l’aggancio ma temo già le complicazioni con l’altro sci. Inaspettatamente il secondo attacco scatta subito. Ringalluzzito dal successo, mi godo i primi passi sulla neve ma neanche 100m dopo già mi sento richiamare all’ordine. “Non alzare gli sci come se avessi le scarpe. Falli scorrere sulla neve!”.

Senza ulteriori impacci mi accodo al gruppetto che, scivolando rapidamente, entra nel tunnel paravalanghe che porta al pendio sotto l’arrivo degli impianti di Punta Rocca. Tutti sembrano più fighi, atletici e rilassati di me ma va bene così.

Usciti dal tunnel non sono più tanto sicuro che ci sarà da divertirsi. La traccia ha iniziato ad impennarsi. Il mio cuore manda segnali d’irrequietezza, come a dirmi che non resterà molto al suo posto se non rallento immediatamente il passo. Mi fermo a rifiatare. Devono aver acceso il riscaldamento senza dirmelo. Qualcosa però mi dice che il piumino diventerà presto superfluo. Imito i pro e mi tolgo un paio di strati, lasciando indosso lo stretto necessario per evitare una polmonite. Riparto ad un passo umano e faticosamente guadagno altri metri di dislivello. Ogni volta che alzo la testa la cima sembra sempre lì, nello stesso maledetto punto. Sembra non finire mai. Che idea stupida venire qui! Laggiù c’è una cabinovia che sembra sorridermi beffarda. Lo so, le gambe me la faranno pagare. Spingo, tiro, arranco senza sosta. Giuro a me stesso che non darò più retta al fascino del disagio sportivo. E proprio mentre rifletto su quando il fisioterapista potrà ricevermi in settimana, mi accorgo che solo venti metri di dislivello mi separano dalla cima. Venti metri e tutti i ragazzi che si sono fermati appena sotto le roccette della cima. Ecco la botta di orgoglio che mi ci voleva. Dissimulo lo sfinimento e aumento la frequenza dei passi per un ultimo sprint. Ad accogliermi pacche sulla spalla, strette di mano, risate. “Bravo vecio! Bel lavoro!”. Nel mio volto un po’ stravolto inizia ad allargarsi un vero sorriso. Soddisfazione. Ce l’ho fatta. Son qui e ci sono arrivato con le mie gambe.

Testo e foto: Filippo Spinelli Barrile

In tutte le foto: Andrea: total look e zaino HAGLÖFS  – Peter: total look PEAK PERFORMANCE; tavola da snowboard e zaino BURTON; occhiali da sole ITALIA INDEPENDENT